Nessuno lo fece.
Il tempo si dilatava, ogni secondo pesava più del precedente, mentre mani guantate lavoravano con rinnovata concentrazione, cercando il punto in cui le macchine avevano fallito.
Poi...
«Aspettate», disse il giovane medico con voce secca, il corpo ancora sospeso a mezz'aria mentre le dita si fermavano nelle vie respiratorie.
«C'è qualcosa di strano qui.»
Le parole trafissero la stanza come una luce nell'oscurità, immediate, innegabili, impossibili da ignorare.
Il primario si avvicinò, l'espressione tesa, un lampo di incredulità gli attraversò il volto mentre si chinava per vedere cosa non avrebbe dovuto esserci.
«Le forze», ordinò rapidamente, il tono cambiato, non più sprezzante, ma venato di urgenza e di qualcosa di pericolosamente vicino all'umiltà.
Richard strinse il bordo dell'incubatrice, le nocche bianche, il suo intero mondo ridotto al movimento di un solo paio di mani.
Leo trattenne il respiro, non capendo tutto, ma abbastanza da sapere che quello era il momento decisivo.
Lentamente, con cautela, il dottore si ritirò.
La storia continua nella pagina successiva.